Prof.ssa Rossana Berardi

Prof. Ordinario di Oncologia e Direttrice Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica Università Politecnica delle Marche
Direttrice Clinica Oncologica e del Centro di Riferimento Regionale di Genetica Oncologica
Direttrice Unità Certificata Studi di Fase I, Coordinatrice Breast Unit aziendale e Molecular Tumor Board
Responsabile CORM (Centro Oncologico e di Ricerca delle Marche) Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche
Presidente Eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica)
Presidente Women for Oncology Italy
Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche
Direttrice Clinica Oncologica AOU delle Marche
Presidente Eletto Associazione Italiana di Oncologia Medica
Presidente Women for Oncology Italy

Negli ultimi anni, l’oncologia ginecologica è stata protagonista di una rivoluzione scientifica senza precedenti. La comprensione dei meccanismi biologici, lo sviluppo di terapie mirate, l’introduzione dell’immunoterapia e la precisione dei test molecolari e genetici stanno cambiando radicalmente il modo in cui comprendiamo, classifichiamo e curiamo queste malattie riscrivendo il paradigma della cura. Oggi, la scienza ci offre strumenti capaci di trasformare radicalmente le prospettive di sopravvivenza, rendendo potenzialmente cronica una malattia anche quando diagnosticata in fase avanzata.

Eppure, a fronte di questo straordinario progresso tecnologico, la realtà clinica quotidiana sconta ancora profonde disuguaglianze territoriali. Esiste una distanza inaccettabile tra ciò che la scienza rende possibile e ciò che il sistema sanitario riesce concretamente a garantire a ogni donna. Qualità delle cure, equità di accesso e organizzazione dei centri non sono ancora un patrimonio uniforme sul territorio nazionale.

In Italia si stimano oltre 18.000 nuove diagnosi  di tumori ginecologici ogni anno. Nonostante questi numeri, la prevenzione resta l’anello debole della catena. Il caso del tumore della cervice uterina è emblematico: pur essendo una neoplasia ampiamente prevenibile tramite vaccinazione HPV e screening, la copertura vaccinale è insufficiente e l’adesione ai programmi di screening è frammentata. L’accesso alla salute non può dipendere dal codice postale o dal livello socioeconomico: ignorare questi divari significa rassegnarsi a diagnosticare tumori che avremmo potuto evitare o intercettare in fase precoce.

Per altre patologie, come i tumori dell’ovaio o dell’endometrio, dove mancano test di screening efficaci, la partita si gioca sulla tempestività del riconoscimento dei sintomi, sulla consapevolezza delle donne, sulla formazione dei professionisti e sulla rapidità di accesso a centri specializzati. Tuttavia, ritardi diagnostici e percorsi assistenziali disarticolati e frammentati continuano a gravare sulla prognosi delle pazienti. La prevenzione, pur riconosciuta come uno degli investimenti più efficaci in sanità, continua a non occupare una posizione centrale nelle politiche sanitarie e nell’organizzazione dei servizi.

Un altro nodo centrale è la qualità delle cure che non è un concetto astratto, ma il risultato di evidenze scientifiche consolidate: gli esiti migliori si ottengono dove c’è un alto volume di casi trattati, esperienza del centro e la presenza di team multidisciplinari competenti. Non è tollerabile che una paziente riceva interventi chirurgici in contesti non specializzati o subisca ritardi nell’accesso alle terapie più avanzate.

Non dimentichiamo, inoltre, che la qualità delle cure non si misura solo in termini di trattamenti oncologici. Oltre l’aspetto clinico, dobbiamo, infatti, recuperare la dimensione umana. Curare un tumore ginecologico significa farsi carico della persona nella sua interezza: il supporto psicologico, la gestione degli effetti collaterali, l’attenzione della sessualità, alla fertilità e alla vita relazionale sono pilastri della terapia, non accessori. Senza dimenticare il sostegno ai caregiver, in un sistema dove la donna resta, troppo spesso, l'unico perno del welfare familiare. Sono dimensioni che per le donne colpite da tumore ginecologico sono centrali, ma che troppo spesso restano ai margini dei percorsi di cura.

La concentrazione delle cure in centri di riferimento ad alta competenza è una strategia riconosciuta a livello internazionale. Tuttavia, la sua applicazione concreta incontra resistenze organizzative, culturali e politiche. Il risultato è una rete disomogenea, in cui l’eccellenza convive con realtà meno attrezzate, senza un reale sistema di indirizzamento delle pazienti.

E questo alla fine non è solo un problema organizzativo, ma un tema di equità e di diritti. Il progresso scientifico perde valore se non è accessibile in modo equo a tutte le donne, rischia di diventare un privilegio per poche, anziché un diritto per tutte.

Il futuro delle pazienti affette da tumori ginecologici non può essere immaginato solo nei laboratori o nei congressi scientifici. Deve essere costruito anche nei territori, negli ospedali, nei servizi di prevenzione, nei percorsi assistenziali. Se questo divario tra scienza e assistenza non verrà affrontato, il rischio è quello di un futuro a due velocità: da un lato cure sempre più avanzate, dall’altro sistemi incapaci di garantirle in modo uniforme, equo e tempestivo. Un futuro in cui l’innovazione esiste, ma non sempre arriva dove serve.

Ma questo futuro non è scritto, non è inevitabile.

Cosa possono fare professionisti, le società scientifiche e le associazioni di pazienti?

I professionisti sanitari possono essere promotori attivi del cambiamento, non solo attraverso l’aggiornamento scientifico, ma anche segnalando criticità organizzative, sostenendo modelli di cura basati sull’evidenza e ascoltando in modo strutturato i bisogni delle pazienti. Non solo quelli clinici, ma anche quelli esistenziali. Facendosi portavoce di un cambiamento che parta dalla base.

Le società scientifiche possono e devono essere ponti tra la ricerca e la pratica clinica. Linee guida, raccomandazioni, percorsi diagnostico-terapeutici non possono restare documenti teorici: devono diventare strumenti vivi, monitorati, applicati e aggiornati. Le società scientifiche hanno anche il compito di dialogare con le istituzioni, di promuovere l’organizzazione in reti di cura, di sostenere la formazione e la qualità, monitorando indicatori specifici che aiutino a migliorare il sistema.

Le associazioni di pazienti rappresentano una forza fondamentale per riallineare scienza e assistenza. Danno voce all’esperienza vissuta, rendono visibili i bisogni reali, denunciano le disuguaglianze, ma soprattutto promuovono informazione e costruiscono consapevolezza. Possono essere motore di informazione, di advocacy, di partecipazione ai processi decisionali. Il coinvolgimento delle pazienti spinge inevitabilmente il sistema a interrogarsi e a migliorare.

Allineare scienza e assistenza non è solo una sfida tecnica, ma una scelta culturale e politica. Significa investire nella prevenzione, garantire qualità ed equità delle cure, riconoscere il valore della competenza, ascoltare le donne e lavorare insieme per rispondere ai loro bisogni di cura, oggi e nel futuro.

La scienza sta facendo la sua parte. Ora spetta a tutti noi, professionisti, società scientifiche, associazioni di pazienti e istituzioni: tradurre il progresso in cure reali, superando decisioni dettate da logiche politiche o di equilibrio territoriale e mettendo al centro la competenza e la qualità dell’assistenza.

Perché il vero progresso non è solo scoprire nuove terapie, ma assicurarsi che ogni donna possa beneficiarne, senza eccezioni.